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recensioni

 

       

 

  mostra / rassegna testo
personale      museo civico    rende  cs       giugno 1997 marcello walter bruno

 

pittore amaro  - 1996 -olio su tela- cm. 200 x 120

 

 

 

 

 

 

 

 

(click : enlarge)

Le fiabe trash di FrancomÓ

 

FrancomÓ Ŕ uno dei pi¨ grandi pittori pop del mondo. E non dico "popö per appiccicargli una delle tante inutili etichette che inevitabilmente sono state utilizzate per la sua arte (neo-fauve, nuovo espressionismo, transavanguardia, post-meridionalismo). Dico pop come diminuitivo di popolare, per intendere un raffinato intellettuale che a un certo punto della sua operativitÓ si Ŕ scrollato di dosso gli obblighi concettuali del modernismo e si Ŕ arrogato il diritto di rivendicare il suo mondo poetico e il suo stile, sbattendosene dei dettami critici e delle ragioni di una pretesa Storia lineare dell'arte occidentale.


Dico pop perchÚ ancora parlo un gergo da arti visive, mentre FrancomÓ potrei descriverlo anche come uno dei pi¨ grandi cantanti/musicisti del mondo: e allora potrei definirlo tranquillamente grange, ethno, dub, raggamuffin'o trip-hop. (Per capirci: potreste andare a guardare la sua stupenda personale, allestita da Tonino Sicoli nel bellissimo Museo civico di Rende, ascoltando in cuffia Tricky o gli Almamegretta o Khaied.


FrancomÓ ha tradito l'arte astratta per gli stessi motivi per cui Monica Vitti ha tradito Antonioni o Battiato ha tradito Stockhausen: perchÚ il target del vero artista non Ŕ il critico, l'esperto, bensý il cittadino comune inteso come acquirente ma anche come fruitore possibilmente godurioso.
Un quadro di FrancomÓ Ŕ trash quanto un film di Tarantino: ma, come quello, pieno di passione e d'ironia, eccessivo ma sempre per gioco.
La prima liberazione che dobbiamo a FrancomÓ Ŕ quella del colore. L'eccesso di olio sulla tela Ŕ lo spreco erotico di fluidi cromatici, un'ostentazione di ricchezza che in quest'uomo non ricco Ŕ il patrimonio di una cultura legata ai riti del potlach (gli studenti di antropologia sanno di cosa sto parlando).


Tutti gli amici a cui ho presentato FrancomÓ hanno amato innanzitutto i suoi colori, cosi caldi, mediterranei, sanguigni, vitalistici, anti-modemisti (a meno che non dichiariamo moderni Gauguin e Picasso, gli unici nomi awicinabili a FrancomÓ per l'intreccio fra giocositÓ visiva e capacitÓ demiurgica). Descrivervi questi colori sarebbe come raccontarvi a voce l'ultimo album degli Skunk Anansie: in questa epoca internetizzata in cui l'informazione sostituisce l'esperienza sensoria, l'arte rimane l'ultimo luogo in cui il corpo non pu˛ essere virtuale.
La seconda liberazione che dobbiamo a FrancomÓ Ŕ quella delle forme. In un'epoca in cui il dogma modernista dell'anti-figurazione ha ancora corso negli ambienti colti (ho un amico pittore concettuale che non sa chi sia Frieda Kahio, e del resto ho un amico critico che non sapeva chi fosse David Hockney), le riconoscibili figure di FrancomÓ rappresentano una vittoria non tanto per i nostri bassi istinti filo-iconici e porno-grafici, quanto per la voglia di racconto che la sua pittura soddisfa.


FrancomÓ ha fregato Wenders sul tempo: ha inventato gli angeli prima del "Ciclo sopra Berlino". Angeli nudi e femminili, capaci di suonare le trombe del giudizio ma anche di stare in attesa davanti a un apparecchio telefonico, di trasportare le anime degli amici ma anche di costruire un palco o fare i conti su una calcolatrice.
Negli Anni 80 in un delirio graffitista in cui sembrava che Haring e Basquiat si fossero alleati per illustrare contemporaneamente McLuhan e LÚvi-Strauss, FrancomÓ ha creato dal nulla questo mondo di villaggi (globali? locali? giocali!) popolati di persone nudissime e animali, flora e fauna, acqua terra aria e fuoco. Una cosmogonia degna di uno Chagall o di un Amos Tut¨ola, di un Bosch che s'Ŕ ubriacato a casa di Garcia Marquez.


Adesso, in questa mostra rendese, ci presenta i suoi nuovi graffiti, ancora pi¨ sapienti, pi¨ ricchi, pi¨ essenziali, tragicamente erotici, eroticamente tragici.
Attenti alla copertina del catalogo, che riproduce il lato sinistro del quadro quadrato
"Fiaba del tempo che passa". Quella figura androgina armata di pennello e tavolozza, ai cui piedi stanno il giorno e la notte (due donne che reggono il sole e la luna) e ai cui lati volteggiano altre due donne inquietanti (il tempo? la morte?), Ŕ proprio lui, il pittore dall'identitÓ incerta o certamente doppia, l'artista che gioca il ruolo del grande sintetizzatore dei contrari.
Questo artista ermafrodito Ŕ il vero protagonista della mostra. E' il 'pittore amaro' che ai sdoppia in quattro nell'omonima opera, dove il pennello va a colpire due tele-oggetto (una scena di eros e una di thanatos) ma anche il volto e il corpo (forse un riferimento alla performance e alla body art, entrambe praticate da FrancomÓ in altre epoche). E' il personaggio pi¨ in basso nella composizione intitolata "Una vita equilibrata", in cui quattro personaggi (fra cui una donna incinta di due gemelli, forse Ermes e Afrodite) si reggono l'uno sull'altro ma in ultima analisi tutti retti dalla punta del pennello. Senza attributi maschili visibili sono i due pittori (o pittrici?) che nel labirintico "Vento d'estate e profumo di magnolie" (titolo che ben rende la temperatura erotica/esotica di questo groviglio di corpi) stanno in posizione classicamente simmetrica : quello (quella?) di destra sta dipingendo, sulla natica di una donna accovacciata, una scacchiera con i relativi pezzi (per gli amanti dei simbolismi, specifichiamo che manca la regina).
Inequivocabilmente maschile Ŕ invece il corpo del pittore che, nel quadretto horror intitolato "Destro / sinistro" (giochino di parole per enigmisti : come dire "bravura che ha in se qualcosa di malvagio"), con i pennelli si Ŕ tolto gli occhi organi della vista (ma forse anche simbolo sessuale) portati in giro da due donne.
Insomma FrancomÓ Ŕ arrivato alla meta pittura, alla totale trasparenza dei meccanismi autoreferenziali del fare arte. Ma non con l'algido manierismo di un Magritte ; piuttosto secondo le modalitÓ ironiche dell'atelier Picasso, quello visto recentemente al Guggenheim di Venezia. La modella del quadro omonimo, letteralmente creata da due simmetrici ed ermafroditici pittori (uno dei due con chitarra), Ŕ una demoissile d'Avignon che interpreta una Venere uscita dalle acque di San Lucido. E il pittore ermafrodito di      ô Dicembreö Ŕ impegnato in una torsione del collo che Ŕ tipica di tantissimi Picasso "da spiaggia'.
Questo per accennare a delle ascendenze, non per segnalare citazioni.
L'universo di FrancomÓ basta a sÚ stesso, come l'inconscio di Deleuze & Guattari.


E adesso, se siete furbi, correte a comprare una tela di FrancomÓ. Vi costerÓ quanto un televisore ma vi farÓ' vedere, molte pi¨ cose, con un colore molto pi¨ bello : il colore di una fantasia che Ŕ pi¨ forte della nostra morte quotidiana.



Marcello Walter Bruno
 

 

 

 

monica vitti visita la mostra

 

 

 

 

l'attesa - 1996  (disegno)

scenografia - 1996

 

 

fiaba del tempo che passa -1996

olio su tela - cm. 200 x 200

 

 

 

 

 

 

 

pittore amaro - 1996 - olio 200 x 120

 

 

una vita equilibrata - 1995 - olio 200x200

 

 

vento d'estate e profumo di magnolie

1996 - olio su tela - 190 x 216

 

 

destro/sinistro - 1996 - olio 50 x 40

 

 

 

la modella - 1996 - olio 100 x 100

 

 

dicembre - 1996 - olio 100 x 100

 

 

   

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