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recensioni

 

       

 

  mostra / rassegna testo
personale      galleria AR&S    catanzaro       maggio 2002 tonino  sicoli

 

prima che sorga il sole...- 1994 -olio su tela- cm. 240 x 150

 

 

 

 

 

 

 

 

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LA COSMOGONIA DI FRANCOMA’

di Tonino Sicoli

 

 

 

La pittura per Francomà è il tetto del mondo. Ovvero una grande volta dove prendono corpo le immagini di una cosmogonia in cui vivono i miti di un’umanità bizzarra, evocati dal  rituale magico del pittore-stregone.

 

La pittura per Francomà è la grande tetta del mondo. Ovvero la grande madre cosmica ipersessuata e dai glutei adiposi, generatrice degli uomini e propiziatrice dell’abbondanza.

 

Sono tante le strade della pittura e i volti della ricerca, ma questo pittore scanzonato ed esuberante sceglie quella della magia immaginifica, in cui simula il racconto giustappunto per dare una struttura al quadro, ma senza  pretendere di lanciare messaggi e soprattutto senza prendersi troppo sul serio.

 

Come gli antichi divinatori guardavano il cielo e vi proiettavano le loro fantasie disegnando nelle costellazioni un popolo “altro” dalla terra, Francomà scruta nella pittura gli abitanti di un “villaggio” immaginario in cui vivono come in uno zodiaco le rappresentazioni di figure interiori.

Descrivendo un ipotetico mondo fatto di improbabili personaggi totalmente allegorici, protagonisti più che altro di racconti psichici, Francomà intraprende un viaggio fantastico e divertito nell’universo mitopoietico.

E così facendo,  collocando le sue “creature” in uno spazio come quello del quadro le pone di fatto fuori dal tempo, senza cioè situazionarle in un momento storico, bensì dando loro un carattere se non di universalità almeno di perenne attualità.

 

Questa persistenza di una imagerie che si potrebbe definire primitiva e  popolare contraddistingue il più che ventennale lavoro di Francomà, che in tutte le sue fasi e periodi, mantiene una forte connotazione espressiva non priva di una certa consequenzialità.

 

Dopo le esperienze degli ultimi anni Settanta, in cui si confronta con le avanguardie storiche  (soprattutto Picasso e Matisse)  e sperimenta poetiche e materiali delle avanguardie recenti (arte povera e concettuale), negli anni Ottanta Francomà vive il clima di “ritorno alla pittura” e fa suoi i principi della Transavanguardia, che predica la trasversalità poetica dell’arte, la rivalutazione del suo carattere affabulatorio e l’interesse per il genius loci.

 

 A questo nuovo espressionismo diffuso Francomà dà un’interpretazione in chiave kitsch (1979-1981) realizzando opere volutamente vistose, ostentatamente volgari, con decorazioni a palmette, colori dorati e rosa shocking, cromatismi eccessivi, barocchismi e varie frivolezze. Agli inizi degli anni Settanta Francomà realizza installazioni dissacranti, con angeli e madonne multicolori e bizzarre che citano in modo dissonante l’iconografia “seria” per farne un rimpasto divertito. Un po’ alla volta si apre ad un’affabulazione  scanzonata, irriverente e sottilmente allusiva che recupera anche pezzi di “cattivo gusto” per farne ironiche riproposte.

 

Nel 1982 all’Abbazia Florense di San Giovanni in Fiore esegue dentro un autentico arco ogivale un icona fintamente sacra, facendo il verso alle pale d’altare del Duecento. Mischia frammenti di religiosità cristiana con elementi pagani, agiografie  e miti, santi e figure profane. Impiega materiali poveri e di risulta, stoffe e grumi di colore, canne e pezzi di corda. Somiglia più che ad un pittore ad uno stregone, ad uno sciamano dell’arte, che compie strani cerimoniali e performances, sorprendente istrione che si veste di pelli d’animale e che gioca con le pecore, che assume atteggiamenti tribali evocando spiritelli e vestendo mascheramenti. Sotto lo “sguardo” delle videocamere della Rai si esibisce nel 1985 a San Lucido in azioni e accadimenti che fra la campagna e la spiaggia attuano quadri viventi, in cui l’artista-attore “dipinge” scene reali di singolare poesia bucolica e agreste.

L’idea di animare il mondo di spiriti gli fa realizzare a metà degli anni Ottanta una grande opere intitolata appunto “Tutti gli spiriti cattivi del villaggio” che fa serie con  altre grandi rappresentazioni di improbabili “villaggi”, cercando un’africa interiore e un apparentamento con le cosmogonie primitive e selvagge. Il villaggio è verosimilmente il proprio borgo, il paese e le danze iniziatiche si confondono con le ballate popolari, rievocate in chiave fantastica.

 

Si fa strada in Francomà una pittura neo-fauve dominata dalla gestualità e dai riferimenti mitologici (1982-1984) con forti elementi di espressività primordiale che unifica i vari momenti del racconto nel medesimo spazio pittorico. Un intarsio di forme sagomate, che funzionano contemporaneamente da figure e da sfondo, vive in un “eterno presente” dove gli accadimenti sono simultanei e soltanto pretestuosamente accostati.

 

 Un’eruzione di donne che volteggiano coloratissime, composizioni ridondanti di elementi, fantasmagorie di pigmenti grumosi date con larghe pennellate, fanno della pittura di Francomà un’esperienza dalle forti emozioni, anche per via di quella ostentata irriverenza pan-erotica che ne caratterizza i tratti distintivi.

 

Un caparbio atteggiamento di sfida al conformismo ed uno strisciante gusto per la seduzione creano una combine di sicuro effetto per una pittura che mantiene vivi il senso dell’impatto visivo e della provocazione tematica.

 

Provocazione, appunto! Ma condotta a fior di sorriso, con un filo di ironia e nella convinzione – come ama ripetere l’artista - che “la malizia sia sempre negli occhi di chi guarda” piuttosto che palesata in una manifesta rappresentazione. Le donnine ipersessuate di Francomà sono moderne veneri steatopigie, madonne terrene, simulacri di una ritualità erotica di antica persistenza nell’immaginario degli uomini, specchio per una proiezione di fantasie piccanti che affiorano alla vista senza fare scandalo.

 

A partire dal 1995 anche il modo di fare pittura di Francomà assume aspetti più soft, con accenni di un colorismo più accattivante, maggiormente giocata sulle suggestioni, sostenuta da un disegno più delicato che delinea le forme senza tuttavia sbalzarle dal contesto. Una orchestrazione fra segno inciso e colore consente di avere una scena più compatta, con un intarsio di corpi che pur nella loro plastica vitalità interna mantengono il piano e una sostanziale bidimensionalità. Anche quando il colore si attenua fino ad alcune soluzioni cromaticamente rarefatte e al limite della sovraesposizione luminosa, l’incisione scontorna e fa vibrare le figure dando loro una consistenza diafana appena accentuata da un chiaroscuro a carboncino.

 

Francomà affronta l’opera di ricerca di una sintesi senza tradire però la sua vocazione descrittiva, il suo gusto per il ridondante, il suo naturale piacere per l’eccesso esornativo, il senso di una seduzione affidata al colore forte e vigoroso, l’ironico e allusivo gioco di parole nei titoli dei suoi quadri (Le tre gratis, La via lattea, Mela dipinta).

 

Si avverte nel suo lavoro più recente una voglia di riconsiderare e recuperare anche soluzioni formali del suo repertorio passato, riproposte all'interno di schemi nuovi e dentro una poetica del racconto che ne fanno un moderno cantastorie navigato, ma che non smette - lui per primo - di incantarsi di fronte alle sue storie dipinte.

 

tutte le donne del villaggio

 

 

 

anni '70

 

 

madonna kitsch

 

 

 

        

colpo d'occhio

 

paesaggio

 

 

 

RAI - 1985

 

RAI - 1985

 

tutti gli spiriti  del villaggio

 

fiaba del picchio capicchio

 

scenografia

 

messa a punto

 

atelier

 

le tre gratis

la via lattea

mela dipinta

cavacavallo

 

 

   

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