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personale      unicorno gallery club   cosenza     giugno 2004 tonino  sicoli

 

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" Fall-Out" - Catanzaro 1985

 

 

 

 

 

 

 

 

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UNA MOSTRA DI FRANCOMA’ A COSENZA E’ L’OCCASIONE PER RIPENSARE

AD UN QUARTO DI SECOLO

I FAVOLOSI ANNI OTTANTA IN CALABRIA

Il periodo della transavanguardia e della crisi della modernità

di Tonino Sicoli

La mostra di Francomà alla Galleria  L’Unicorno di Cosenza propone non solo un nuovo incontro con uno dei più noti artisti calabresi, ma offre anche l’occasione per riconsiderare assieme a lui gli ultimi venticinque anni d’arte in Calabria. Questo estroverso pittore, infatti, rappresenta egregiamente una condizione artistica assai emblematica della fine del Novecento in una regione periferica,  un protagonista di vicende che hanno pian piano accorciato le distanze fra la Calabria e il resto del mondo, un testimone di processi inediti di emancipazione culturale.

Quando penso a Francomà penso ai lontani primi anni Ottanta quando si muovevano in Calabria i primi passi di un nuovo corso della vita artistica: anche lui come tanti suoi colleghi era figlio di una terra che aveva offerto ben poche opportunità, anche lui aveva vissuto il dilemma se andarsene a cercare fortuna altrove o rimanere rischiando l’avvilimento;  ma a differenza di molti prima di lui, si stava guardato attorno per cercare rapporti e intese che potessero rompere l’isolamento, creando i contatti con le cerchie esterne, intercettando la critica, cercando le forme di partecipazione al più vasto sistema dell’arte.

Erano quelli gli anni in cui in Europa si dibatteva di transavanguardia, di crisi della modernità, di riscoperta del genius loci. Bonito Oliva teorizzava il nomadismo culturale, mentre Menna azzardava l’archeologia del moderno. Si ritornava, comunque, alla pittura e al racconto, ritrovando la centralità della vecchia Europa ed il primato dell’arte italiana.

Da San Lucido sul Tirreno, dove viveva, Francomà faceva cerchia – spontanea e non organizzata - con artisti, critici e collezionisti che avevano attivato un salutare via vai dalla Calabria e con il resto d’Italia e d’Europa. Poteva capitare allora di incontrare il critico d’arte Filiberto Menna e la moglie poetessa-pittrice Bianca (in arte Tomaso Binga) in vacanza nella vicina Longobardi ospiti di Ugo ed Elisabetta Coscarella, Peter Weiermair (allora direttore del Kunstverein di Francoforte, ora direttore della Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna), a San Lucido per scrivere un suo saggio sull’arte austriaca, i collezionisti e galleristi bolognesi Fernando Pellegrino e Augusto Iaccarino, che avevano preso casa nel centro storico, l’antiquario e collezionista Marcello Lattari, che qui vive da sempre,  il collezionista Gigino Amendola, che villeggiava a Torremezzo, il pittore Luigi Magli residente in quegli anni alla marina, il critico d’arte Francesca Alfano Miglietti e il pittore Alfredo Pirri, frequentatori di casa Menna, il fotografo Dino Pedriali che veniva a trovare Weiermair, Marlis Nussbaumer, anche lei con casa nel centro storico, il direttore del Museo di Groningen Frans Haks e il pittore olandese Gerard Florissen vacanzieri spensierati, il critico d’arte Gabriele Perretta, il regista televisivo Marcello W. Bruno, che girava documentari d’arte per la Rai. Alcuni di questi “compagni di strada” ci hanno lasciati per sempre, ma ancora vivo è il loro ricordo.

Francomà in quel clima effervescente comincia a dar vita alla sua pittura esuberante e alle sue performance sotto una pelle di cinghiale o mentre brucia cicogne di carta sulla spiaggia. E’ l’artista-stregone di una nuova era neo-primitiva, pittore affabulatore, selvaggio e postmoderno, magico autore di coloratissimi dipinti e trasognato istrione televisivo. Non a caso della sua opera si sono occupati due documentari della Rai: “Dentro/Fuori” nel  1983 e “Territori di caccia” nel 1984.

A casa sua vede la luce il progetto di una rassegna d’arte internazionale da farsi a Catanzaro. Se ne parla con Pellegrino, Iaccarino, Weiermair ed Haks. E’ il 1985. Si pensa di invitare e portare per la prima volta in Calabria vedette internazionali di quegli anni come lo spagnolo Miquel Barcelo, l’australiano Dale Frank, l’austriaco Alois Mosbacher, il francese François Boisrond, l’americano Futura 2000. E naturalmente il nostro Francomà, unico italiano assieme a Luigi Magli e Francesco Correggia. La mostra dal titolo “Fall-Out” , contaminazione,  viene allestita all’Istituto Galluppi di Catanzaro. In quella sede Francomà espone una grande tela di tre metri, “Tutte le donne del villaggio” in cui, al posto di una sessualità demonizzata,  sostiene l’idea di un eros divertito: leit motiv di tutta la sua opera successiva.

Nello stesso anno Menna ed Enrico Crispolti sono i “padrini” della mostra romana al Centro “Luigi Di Sarro” dal provocatorio titolo “I post meridionali”, in cui figura anche Francomà, che diviene uno dei rappresentanti di quella nuova condizione di artista emancipato, orgoglioso della propria identità, per niente provinciale, ma capace – come sottolinea Crispolti - di “dialogare ad un livello internazionale”.

Quella stagione ha gettato la basi di un processo di svecchiamento culturale che dura ancora e che ha portato l’arte calabrese ad essere apprezzata nei circuiti nazionali, giusto attraverso personaggi come Francomà che, superando antichi complessi di inferiorità, hanno saputo conciliare la propria appartenenza territoriale a quella che Menna definisce “la capacità di vivere il proprio tempo e darcene declinazioni dotate di notevole originalità”.

Cultura popolare e linguaggi della ricerca trovano in Francomà un felice interprete per estro creativo e cifra stilistica, in una pittura affollata di sogni e di idee, fatta di istinto ma anche di  raffinate elaborazioni concettuali. Come quel sottile gioco linguistico che rimanda agli scarti semantici e ai doppi sensi. Anche nei  “mercatini” esposti in questi giorni a Cosenza le allusioni sono di casa, insinuanti, dialettiche, immaginative, divertenti, garbatamente maliziose: c’è il “mercatino del pesce”, il “mercatino delle viole”, il “mercatino della verdura che dura” e quello dei “fiori appassiti”.  Un poetico inno al potere liberatorio dell’arte, che inseguendo i sogni repressi dà accesso ai tanti villaggi della fantasia.

Il Quotidiano, 24 giugno 2004

 

 
   

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